Pensare lo spirito e la sua dipendenza

Autore

Salvatore Tedesco
Salvatore Tedesco è docente di Estetica e Teoria dei linguaggi presso l'Università degli Studi di Palermo

«Mentre tutte le grandi filosofie si riconoscono dal loro sforzo di pensare lo spirito e la sua dipendenza – le idee e il loro movimento, l’intelletto e la sensibilità, – c’è un mito della filosofia che la presenta come l’affermazione autoritaria di un’autonomia assoluta dello spirito».

Non abbiamo ascoltato le parole di Merleau-Ponty; nella nostra (ennesima?) età della solitudine e dell’individualismo, di fronte al manifesto fallimento di un Io centrato su di sé e sul proprio egoismo, non facciamo che innalzare immagini, idoli che ne rilanciano la scommessa perdente su piani sempre più alti, più pericolosi e più dolorosi nei loro effetti. La comunità (proprio quella kantiana, secondo la quale l’intelletto umano è capace di pensare da sé, di pensare mettendosi al posto di ciascun altro e di pensare sempre in accordo con sé stesso) si dissolve in tribù identitarie che precariamente innalzano un elemento arbitrariamente identitario a muro nei confronti del non-identico. Torna l’uomo o la donna forte, underdog che come a suo modo esemplarmente illustrato dalla leader neonazista Alice Weidel si impone giusto in forza delle contraddizioni logiche e “performative” – nello specifico, quelle fra la “Difesa della Tradizione” professata dal suo partito e la sua stessa vicenda biografica (lesbica, vive fuori dalla Germania, lavora per multinazionali finanziarie). Eppure sono appunto queste “contraddizioni” che ne rendono la figura un’isola/fortezza in cui non valgono quelle regole, quelle necessarie mediazioni che secondo ogni evidenza il nostro mondo non riesce più né a gestire né però a superare.

Centrato nella propria cecità individuale, l’io allontana l’altro sino a non vederlo, sino a non riconoscerne la sofferenza, la luce della presenza, il volto; quel che già Bauman definiva produzione sociale dell’invisibilità morale dell’altro e del diverso diventa per la tribù identitaria degli individui isolati una sorta di sonnambulismo in cui l’Io nutre la propria fantasmatica “autonomia assoluta” facendo ricorso a dosi sempre più massicce di una realtà che deve essere al tempo stesso allontanata (nel senso della produzione dell’invisibilità morale) e però presentificata come oggetto di odio a partire dal quale ritrovare il sé identitario. In questo senso, l’accecamento dei mezzi di soccorso nel Mediterraneo (i naufragi di migranti avvengono, ma senza testimoni) e l’esibizione delle immagini dei migranti deportati in catene dall’amministrazione Trump si corrispondono nel modo più preciso.

E tuttavia, se tali strategie della solitudine identitaria – per quanto ampiamente vincenti nell’agenda politica contemporanea – mostrano tutta la loro carica brutale di violenza, l’apertura di un percorso differente sembra più che mai difficile, soprattutto – e veniamo qui al punto centrale del problema che ci pone Merleau-Ponty con la considerazione ricordata – per l’estrema difficoltà che il “soggetto moderno” trova nel superamento dell’individualismo e nel riconoscimento della propria costitutiva dipendenza.

Come il proverbiale vecchio barone di Münchhausen, l’individuo che apre gli occhi sulla barbarie del nostro tempo cerca di tirarsi fuori dalla palude dell’odio tirando sé stesso per i capelli, riproducendo così proprio quella solitudine individualistica che è il carburante di quella volontà di affermazione autoritaria (secondo le parole di Merleau-Ponty) di cui pure si rifiutano gli esiti.

Oggi per noi è la nostra stessa coscienza europea che può essere un simile inganno prospettico, un simile idolo identitario che nutre la solitudine e il disorientamento dell’individuo offrendogli come nutrimento una centratura e una “distanza di sicurezza” dal diverso.

La posizione di una tale distanza di sicurezza è talvolta semplicemente e banalmente una “prosecuzione con altri mezzi” delle strategie identitarie tribali. Così, per fare un esempio recente, avviene purtroppo qui in Italia quando le “linee guida” del Ministero per l’Istruzione e il Merito dichiarano che “solo l’Occidente conosce la Storia” e che per tale motivo “la cultura occidentale è stata in grado di farsi innanzi tutto intellettualmente padrona del mondo, di conoscerlo, di conquistarlo per secoli e di modellarlo”.

E tuttavia ancora una volta mettere in rilievo solo tali aspetti del problema non è sufficiente, perché si limita a fornire una differente illusione di autonomia e un nutrimento apparentemente immune da violenza alla autocentratura dello spirito.

Si è detto un attimo fa “distanza di sicurezza dal diverso”; ma se davvero ascoltiamo ancora le parole di Merleau-Ponty, la distanza di sicurezza in tal modo acquisita è anche, forse ancora di più, la garanzia illusoria di riuscire a evitare una volta di più “lo sforzo di pensare lo spirito e la sua dipendenza”. La dipendenza del soggetto dall’altro, senza il quale il soggetto semplicemente muore d’inedia, la dipendenza della mia vita dall’accadere non preordinato (la sofferenza, la morte, ma allo stesso modo la gioia) e, forse più difficile ancora da riconoscere, la mancanza di trasparenza di me a me stesso, la mia opacità.

La relazione con l’altro, l’accettazione vitale di me stesso, muove da dipendenza e opacità. Così come io non sono trasparente a me stesso, così l’altro non mi è trasparente, non me ne rendo “intellettualmente padrone” e non ne dico la storia e la (mia) verità, ma piuttosto riconosco nella relazione le non superabili zone di opacità che la presenza di altri manifesta.Ed è proprio in ragione di tale opacità (ma si potrebbe anche dire di tale splendore manifestativo) che occorre riconoscere una relazione di dipendenza e di responsabilità. L’altro non mi è moralmente invisibile solo se mi faccio responsabile dell’opacità, delle zone di resistenza e differenza irriducibile della relazione.

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