Capisco quanto son solo. Incontro con la solitudine.

Autore

Neve Mazzoleni
Di formazione storica dell’arte e filosofa, perfezionata in management dell’arte e della cultura e anche in innovazione sociale, business sociale e project innovation. Per dodici anni è stata curatrice ed exhibition manager della collezione corporate internazionale di UniCredit all’interno del progetto UniCredit&Art. Attualmente ricopre ruoli di comunicazione per progetti di finanza sociale e sostenibilità. Appassionata di scrittura creativa, poesia e biblioterapia.

«Loneliness come botherin’ round my house
Loleliness come botherin’
Loleliness come botherin’
Loneliness come botherin’ round my house
Loneliness»

Janis Joplin

Ragionare e scrivere di solitudine è sfidante, perché pur essendo una condizione comune a tutti, ha nello stesso tempo peculiarità individuali, perché può essere temuta e desiderata, portatrice di vita e nello stesso tempo compagna della morte. La solitudine è prismatica e ha mille sfaccettature, ciascuna con le sue caratteristiche. Nell’arco della vita di una persona può assumere diverse forme, cosicché possiamo sperimentare innumerevoli solitudini.
Il compianto Eugenio Borgna, psichiatra e saggista italiano, mancato lo scorso dicembre, si è sempre profondamente confrontato con questa condizione umana, lasciando riflessioni come la seguente: “La solitudine, nella sua dimensione metaforica, è una condizione ineliminabile dalla vita; e in essa si riflettono desideri di riflessione e di contemplazione, di tristezza e di angoscia, di silenzio e di preghiera, di attesa e di speranza.”
Questa citazione si sposa perfettamente con una serie di immagini a me molto familiari.
Nel corridoio della casa dei miei genitori, fra molti altri, sono appesi due dipinti (per la precisione due affreschi strappati e riportati su tela) che fanno parte di una serie di dodici soggetti dal titolo “La Solitudine”, realizzati fra il 1985 e 1987 dall’artista bergamasco, Giuseppe Mazzoleni (1936), mio padre. Il ciclo indaga la condizione esistenziale umana di cui riporta il nome, accentuandone l’espressività grazie alla rilettura della tecnica scelta, in contrasto con la tradizione storico artistica.
L’affresco ha storicamente una forte valenza pubblica: è sempre stato accessibile a tutti sia che fosse realizzato su muri monumentali delle chiese con lo scopo di educare sui testi sacri coloro che non sapevano leggere, oppure nelle dimore per celebrare i poteri delle famiglie nobiliari, condividere l’attualità.
In questa rielaborazione contemporanea (la quindicesima riflessione), l’artista bergamasco ha realizzato dodici affreschi su pannelli di 120 x 60 centimetri ciascuno, per poi trasferirli con un’antica tecnica di strappo a base di colla di pesce sulla tela, per essere facilmente movibili e fruibili in contesti di maggiore intimità. Inoltre, ha selezionato una ristretta gamma di pigmenti creati personalmente, facendo reagire sabbie, terre e poltiglie vegetali con la calce, rinunciando alla vivace tavolozza della tradizione, privilegiando cromie spente, che risuonano con il concetto esplorato.
La solitudine è ritratta per snodi lungo il corso della vita. Dal Bimbo abbandonato che regge in mano una palla che non sa a chi lanciare, testimone di un’infanzia infelice, alla Casa vuota a cui sta per cedere un battente per la mancata manutenzione, al Carcerato dove la mano si appiglia alle sbarre per immaginare la libertà del fuori, al Ripetitore afono incapace di percepire, ascoltare e ritrasmettere suoni e messaggi, fino all’Arcobaleno monocromo privato dei sette colori e dunque della luce. Un nido sterile sottolinea il vuoto di una mancata famiglia o relazione; il Lampione spento nella nebbia rappresenta la malinconia che avvolge mente e cuore impedendo la vista sulla migliore strada da percorrere; l’Ultima foglia è la metafora della vita che perde la sua energia nel tempo. Nell’opera L’io senza eco, Mazzoleni ha ritratto solo metà del suo viso, mentre lascia l’altra metà vuota, uno specchio che non riflette, un io che non si completa.
La solitudine è separazione, linea di confine, vuoto. In sé reca una capienza, che può riempirsi di possibilità, come l’immaginazione, la spinta verso l’altro, la sfida al superamento di se stessi Ma può rimanere involucro, tana, laccio, introversione e isolamento.
Borgna In dialogo con la solitudine del 2021 ne tratteggia la doppia natura: “Nella solitudine si è aperti al mondo delle persone e delle cose, e al desiderio di essere in relazione con gli altri, nell’isolamento invece si è chiusi in se stessi, nei confini della nostra soggettività, nulla conoscendo della speranza, che è orientata senza fine al futuro. Non è facile parlare di solitudine, della sua essenza fragile e umbratile, fuggitiva e impalpabile, mistica e inconfondibile nella sua comunione con il mondo della vita, ma non è nemmeno facile parlare dell’isolamento, che è parola ambigua e oscura, fredda e gelida, uniforme e monocorde. L’isolamento ci imprigiona, ci allontana dal mondo, immerge il nostro orizzonte di vita in un circolo fatale, facendo di noi monadi dalle porte e dalle finestre chiuse, e distogliendoci dalla comunione e dalla solidarietà con il mondo degli altri”.
La nostra mente matura nella relazione, come dimostrano numerose ricerche di neuroscienze, e come abbiamo trattato in altra occasione, ma ciò dipende anche da un distacco violento, in particolare dal corpo della madre, attraverso la nascita, che è separazione nella completezza. Stiamo esattamente nel mezzo di questa ambiguità, camminando su una soglia.
Pessoa scrive parole precise in merito: “Capisco quanto son solo/ se per un attimo dimentico/ di esistere fra gli altri che sono soli/lo sono come me, ma loro/sono soli da sempre. E se sento fino a che punto/ sono solo davvero,/mi sento libero ma triste,/libero vado dove vado, /ma dove vado nulla esiste. […]”.
La solitudine è una condizione dell’esistenza, una “dotazione” che abbiamo tutti che stimola la tensione verso l’altro, che spinge alla creazione di legami di cui non possiamo fare a meno per costruire la nostra identità, che crea quel vuoto necessario per immaginare e comunicare. Ma può condurre anche all’isolamento, sia auto-inflitto o imposto in modo forzoso.
Siamo custodi delle solitudini degli altri, ci accompagniamo vicendevolmente, ma non siamo insieme.
Borgna parla della propensione alla cura che hanno le parole, che sono corpi vivi, capaci di assumere forze per cambiare lo stato delle cose. Il linguaggio è la sofisticata tecnologia che l’essere umano ha inventato per stare nella relazione con l’altro e nel mondo.
Oggi siamo assuefatti dall’esponenziale amplificazione del linguaggio attraverso miriadi di canali che creno un enorme e distorsivo rumore di fondo. Stiamo perdendo contatto, empatia, relazione, a favore di schermature e isolamento. Bisognerebbe rimettere al centro il silenzio, che si accompagna alla solitudine per fare spazio e riordinare le emozioni.
Il silenzio è in qualche modo l’esperienza in cui ci pensiamo fuori da una dimensione di sostegno e fondamento nei confronti della realtà, ci permettere di prendere distacco da noi stessi e stare dentro una rete di nessi da cui ricevere senso, il nostro senso. Wittgestein, infatti, nel Tractatus ci lascia un enorme insegnamento: di ciò di cui non si può parlare si deve tacere.
Invece siamo diventati opinionisti e palleggiatori di una quantità esponenziale di parole e immagini, che stiamo volgarizzando.
Mio padre chiude il suo ciclo con un soggetto dal titolo Infine…la speranza dove ritrae una colomba che vola sopra rami di ulivo, germogliati dalla luce divina e protesi verso una luce solare e umana, attingendo alla sua spiritualità. Rilancia l’alleanza fra umano e sovrannaturale, che deve essere celebrata e conservata.
La solitudine, infine, è proprio una sorta di camera d’attesa fra il non essere e l’essere, nella quale stare per un ascolto profondo del significato di ciascuno di noi.
A volte immagino quel giorno in cui un dio o qualsivoglia forma, circondato da un silenzio universale, sosta e innesca l’esistenza in quel vuoto di possibilità senza fine.

Giuseppe Mazzoleni, E infine…la speranza, 1985-1987, affresco trattato personalmente e riportato su tela, cm. 120 x 60, 15ᵅ Riflessione, R.A.S.E. Europa, ©️Giuseppe Mazzoleni

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