NOTE SPARSE SULLA SOLITUDINE A PARTIRE DALL’IMMAGINE BIBLICA DEL DESERTO
La meditazione affidata a queste righe muove dall’esame della figura biblica del deserto e si sviluppa attraverso (e oltre) l’analisi della simbologia ad essa sottesa. Nelle pagine della Scrittura, tale ambiente viene designato mediante più vocaboli: caravah (che sta per luogo arido e incolto), chorbah (che vuol dire regione desolata, segnata da devastazioni e rovine), jeshimon (ossia territorio selvaggio, senza piste né acqua) e midbar (parola dall’etimologia misteriosa e affascinante1 che, per estensione, indica un orizzonte disabitato, dove non crescono che arbusti, rovi e cardi). Il deserto a cui la Bibbia fa riferimento non è la superficie sabbiosa e irregolare che popola usualmente il nostro immaginario; è piuttosto una landa inospitale abitata da serpenti e animali selvaggi, frutto dell’erosione del vento e di brusche escursioni termiche fra il giorno e la notte2.
«Il significato del deserto – si legge nel Dizionario di teologia biblica di Xavier Leon Dufour – muta d’orientamento a seconda che si pensi ad un luogo geografico o ad un’epoca privilegiata della storia della salvezza. Dal primo punto di vista il deserto è una terra che Dio non ha benedetto; l’acqua vi è rara, come nel giardino del paradiso prima che piovesse (Gen 2, 5), la vegetazione minuta, l’abitazione impossibile (Is 6, 11); fare d’un paese un deserto, significa renderlo simile al caos originario (Ger 2, 6; 4, 20-26). (…). Ora – e questo è il punto di vista biblico dominante – Dio vuole far passare il suo popolo per questa «terra spaventosa» (Dt 1, 19), per farlo entrare nella terra in cui scorrono latte e miele. Questo avvenimento trasforma il simbolismo precedente. Il deserto, pur conservando sempre il suo carattere di luogo desolato, evoca innanzitutto un’epoca della storia sacra: la nascita del popolo di Dio»3.
Oltre che essere uno scenario fisico e un habitat sacro, il deserto biblico rappresenta un luogo dello spirito, dalla natura – in un certo qual modo – bipolare. Da un lato – ponendosi come contesto refrattario alla presenza umana e ostile alla vita – il deserto si presta a raffigurare la condizione dello smarrimento, della domanda angosciata, del disorientamento esistenziale e della tentazione; da un altro lato, esso si prospetta come la metafora potentissima dell’ascolto di Dio da parte dell’anima umana, come lo spazio/tempo dell’educazione alla conoscenza di sé e della tensione del soggetto verso un orizzonte di senso che egli non possiede né può possedere, ma dal quale si sente irresistibilmente attratto.
Sembra si possa sostenere – senza timore d’essere smentiti – che, nella Bibbia, il deserto si segnali come emblema drasticamente negativo e, insieme, genuinamente positivo, perché portato a simboleggiare – prima che ogni altra cosa – la solitudine dell’uomo, dinamica intrinsecamente ambivalente. Dire solitudine, infatti, è rimandare ad una situazione paurosa, priva di respiro e di vie d’uscita; essere soli pare il peggiore dei mali, dal momento che tale status mette sotto scacco il nostro vivere per, grazie e in vista degli altri. Nondimeno la solitudine viene manifestandosi come la conditio sine qua non della scoperta di sé, della gioia, del piacere di vivere, della leggerezza interiore, dell’equilibrio. Cercare la propria solitudine per trovarla e abitarla è un po’ come trovare e abitare se stessi.
Per essere precisi, più che di solitudine – nota Enzo Bianchi nel saggio L’avventura della solitudine che qui parafrasiamo un poco – forse dovremmo parlare di solitudini al plurale, giacché tante sono le forme in cui essa può apparire e, di fatto, appare nelle nostre vite4. Tali forme possono appunto essere negative o assai feconde. È negativa la solitudine subita per un abbandono, per la fine di un amore o per una morte; o quella di chi si richiude in se stesso per la depressione e si condanna ad una sorta di isolamento che trasforma la quotidianità in un affacciarsi stanco alla finestra dell’esistenza, uno sporgersi frustrato piuttosto che stimolato dalla vita che scorre oltre il vetro5. Sono feconde, al contrario, le solitudini scelte consapevolmente o abbracciate serenamente come occasioni favorevoli per cercare il silenzio interiore, dirigendo l’attenzione su di sé per poi ritornare, migliori e ri-generati, nella rete dei rapporti con il reale e con gli altri. Contemplata in questa maniera la solitudine non è fuga, ma un incontrare se stessi per habitare secum e relazionarsi così con l’alterità in modo maturo. Nella solitudine vissuta positivamente gli altri non sono assenti; sono piuttosto colti a distanza, nel loro mistero e nella loro fisionomia più profonda. È questo a rendere la solitudine fornace che purifica il nostro sguardo e che forgia – tramite il fuoco del silenzio che in essa brucia – il nostro spirito critico.
In un tempo come quello attuale, assordato da parole svuotate del loro vero senso, da suoni e rumori disarticolati, da messaggi verbali e non verbali effimeri, la solitudine e il silenzio appaiono come la sola igiene del mondo: unicamente da tali stati possono infatti nascere parole e gesti non ripetitivi, non scontati, ma significativi e autorevoli. Dicendo questo non possiamo non pensare alle difficoltà che l’uomo postmoderno incontra nel rapportarsi serenamente alla solitudine e al silenzio. Sforzandoci di individuare una risposta plausibile all’interrogativo sul perché questo accada, balza alla memoria uno dei più famosi pensieri di Pascal:
«Quando mi sono accinto talvolta a considerare il vario agitarsi degli uomini e i pericoli e le pene a cui si espongono a corte, in guerra, donde nascono tante liti, passioni, imprese audaci e spesso funeste, eccetera, ho scoperto che tutta l’infelicità degli uomini deriva da una sola causa, dal non sapere starsene in pace, [da soli] in una stanza»6.
Pur risalendo a quasi quattrocento anni fa, tali parole descrivono perfettamente l’attuale situazione di molti nostri contemporanei: tanti, non riuscendo a starsene da soli con se stessi, cercano lo stordimento esistenziale attraverso divertimenti futili e svaghi inconsistenti. All’indagine sul perché l’uomo rifugga la solitudine come il peggiore dei mali, Pascal risponde dicendo che non c’è altra ragione di tale postura che l’angoscia dettata dal pensare al proprio limite. Scrive il filosofo transalpino in un altro dei suoi più celebri aforismi, il 166:
«Gli uomini, non avendo potuto guarire la morte, la miseria, l’ignoranza, hanno risolto, per viver felici, di non pensarci»7.
Nascondere al proprio sguardo la verità su di sé non è certo un segno di forza. Solo chi è in grado di attraversare la solitudine e di trovarsi a suo agio nella sospensione che la caratterizza è realmente capace di accettare come proprio compito la vocazione a divenire sempre più se stesso; solo chi mette in conto il rischio di misurarsi con la solitudine è nella condizione di non dipendere dal branco, di non smarrirsi nell’anonimato della folla e di non lasciarsi irretire da ogni possibile deriva solipsistica. Questo mostra come la solitudine richieda molta libertà ma anche uno spirito intrepido: ponendosi come crogiolo dell’esistenza, essa pare faticosa solo per coloro che non hanno sete di verità e che, di conseguenza, l’ignorano; ma essa costituisce la felicità suprema per coloro che ne hanno gustato il sapore, manifestandosi apocalitticamente come il presupposto di una vita autentica.
NOTE
1. L’etimologia del termine ebraico midbar sembra essere legata a dabar (“parola”), anche se la derivazione dalla radice dbr è molto discussa, oppure a dober (Is 5,17; Mich 2, 12), che significa “pascolo” o, ancora, a dibber (2 Cr 22, 10), “accovacciarsi, rannicchiarsi”, specialmente in riferimento agli animali selvatici (Gen 49, 9; Is 11,16 e 13, 21; Ez 19, 2) e animali domestici (Gen 29, 2; Is 13, 20 e 27, 10; Ger 33, 12; Ez 34, 14). La parola è attestata anche in altre lingue semitiche: tra gli Ugaritici ha il significato di “terra da pascolo”; nel linguaggio aramaico e siriaco rimanda genericamente a “campo”.
2. Cfr. Sal 121, 6.
3. X. Leon-Dufour, Dizionario di teologia biblica, Marietti, Genova 2002, p. 14.
4. Cfr. E. Bianchi, L’avventura della solitudine, in M. Wirz (a cura di), Solitudine: deserto o giardino?, Qiqajon, Magnano 2012, p. 9.
5. Cfr. E. Borgna, In dialogo con la solitudine, Einaudi, Torino 2021, p. 5.
6. B. Pascal, Pensieri, n. 168, in Opere complete, Bompiani, Milano 2020, p. 2349.
7. Ibidem.