Chiude il libro e allunga il braccio per appoggiarlo sul comodino alla sua destra. Con la punta delle dita prova a spingerlo il più lontano possibile dal bordo, ma questo le richiede uno sforzo che tira dall’unghia alla scapola, e per evitare di sbilanciarsi e cadere a terra lo lascia lì, un po’ traballante sullo spigolo di legno, consapevole che potrebbe cadere durante la notte e come il ciack di un regista interrompere il fermo immagine del suo sonno. Quando era bambina non voleva mai dormire, dalla paura che aveva di perdersi qualcosa. La sua vita era così bella, felice e piena che le sarebbe piaciuto filmarla tutta per poi un giorno ri-guardarla, finché qualcuno non le fece notare che così facendo avrebbe passato la seconda metà della sua vita seduta a guardare un film. Posta in questi termini, la questione non le pareva più così allettante, in effetti. Però adesso, che allettata lo era in senso letterale, non le sarebbe dispiaciuto avere un cinema in cui vedere scorrere la vita di prima. Le sarebbe piaciuto potersi togliere la coscienza, infilarla nello schermo e vivere lì dentro, mentre da fuori, dal letto, si sarebbe solo guardata senza percezioni, sensazioni, bisogni e vergogna. Si sarebbe sdoppiata, osservando con riconoscenza ogni giorno della propria vita. Ogni pennarello preso in mano per immaginare e disegnare una casa, un bosco, una festa di compleanno. Ogni sorso d’acqua bevuto con foga dopo l’ennesimo giro sulla pista da pattinaggio, con il naso rosso e le guance pulsanti. Ogni respiro affannato dal pianto o disteso da una carezza. Ma soprattutto, ogni singola parola che aveva detto, da quando chiacchierava coi suoi dinosauri di plastica fino alle ultime che era riuscita ad articolare, prima che questa facoltà così banale e così preziosa cedesse il posto alla sola capacità di emettere gorgoglii che, pensava, la facevano assomigliare proprio a un dinosauro. Era un dato di fatto da cui non poteva proprio nascondersi: aveva perso il suo canale-pilastro di comunicazione col resto del mondo, e si sentiva sola. Non era sola, e non poteva certo dire che le relazioni che aveva creato e accudito nel corso della sua vita si fossero ora azzerate. Era piena di amici che quotidianamente passavano a trovarla, la aiutavano a cambiarsi, le portavano libri nuovi, le mettevano in carica il telefono, le abbassavano le veneziane quando la luce le entrava troppo spavalda nella stanza. Tutti continuavano a baciarla e abbracciarla goffamente. La sua era una solitudine più profonda e invisibile, perché in quel corpo immobile c’era lei e solo lei. In quella testa c’era solo lei a gestire i pensieri che schizzavano dappertutto rimbalzando contro le pareti della scatola cranica, destinati a non uscire mai. Il suo dolore lo vedeva riflesso in quello degli altri, però era solo suo e la sua vita, intrecciata a maglie strette con le altre vite, era un filo distinto da quello di tutti gli altri con degli spazi vuoti che, per quanto impercettibili, necessariamente esistevano. Ogni stanza, per quanto capiente e accogliente, doveva avere delle pareti.
Pensa a questo mentre, come ogni sera, dal muro alla sua sinistra sente provenire quattro colpi. Buo-na-not-te. È il segnale che la donna o l’uomo nella stanza accanto c’è ancora e si sta addormentando anche questa sera. Recupera la penna da sotto il cuscino e con la mano destra risponde con sei colpi sulla stessa parete. Buo-na-not-te a te. Poi si allunga nuovamente verso il comodino per spegnere la luce. Il movimento fa oscillare leggermente il libro e provoca un fremito al foglietto di carta viola, fermo tra le pagine del Libro di Giobbe. «Nudo sono uscito dal grembo di mia madre e nudo tornerò in grembo alla terra».