La canzone di un famoso cantante recitava: «[…] stare in mezzo a tanta gente per stare solo un po’». Quante volte capita di essere in compagnia e sentirsi comunque soli? Si può essere circondati da persone in una grande città, in un ufficio affollato o persino in famiglia, eppure sentirsi completamente isolati. La solitudine non sempre deriva dall’assenza fisica degli altri, ma dalla mancanza di un legame autentico, di una comunicazione reale e profonda.
A volte, per colmare questo senso di vuoto, cerchiamo costantemente la compagnia altrui o utilizziamo strumenti tecnologici per sentirci meno soli. Il telefono, nato per abbattere le distanze, si è trasformato in una barriera invisibile. Un tempo si telefonava per il piacere di parlare, oggi si chatta per riempire il silenzio, scambiandosi messaggi brevi e privi di reale significato. Basta osservare una scena quotidiana: gruppi di amici seduti allo stesso tavolo, ma con lo sguardo fisso sullo schermo del proprio smartphone, immersi in conversazioni virtuali, mentre ignorano chi hanno di fronte. I social network, anziché avvicinare, spesso isolano. Creano bolle in cui si coltiva l’illusione della socialità, mentre la solitudine si insinua sempre più profondamente.
Una delle manifestazioni più estreme di questa tendenza, è rappresentata dagli hikikomori; giovani che si chiudono nella propria stanza evitando ogni contatto con il mondo esterno. La paura del giudizio, la pressione sociale e l’iperconnessione digitale, creano un mix esplosivo; che spinge alcuni ragazzi a isolarsi. Ma questa è davvero una scelta volontaria? Pensiamo al caso di un adolescente che ha subito anni di bullismo a scuola. Il mondo reale gli appare ostile, il contatto con gli altri, fonte di stress e paura. Trova rifugio nei videogiochi online, nelle chat anonime, dove può interagire senza esporsi, senza sentirsi vulnerabile. Col tempo, però, quel rifugio diventa una prigione: ogni uscita nel mondo reale diventa sempre più difficile, la solitudine sempre più pesante.
Forse questa tendenza all’isolamento e alla paura della solitudine, deriva da più lontano. I bambini di oggi faticano a sperimentare la noia, sommersi da stimoli continui. Se un bambino si annoia, gli si dà subito un tablet o uno smartphone per intrattenerlo. Eppure, è proprio nella noia che si sviluppano la creatività e l’autonomia. Immaginiamo due bambini: uno ha sempre avuto a disposizione uno schermo per passare il tempo, l’altro ha dovuto inventarsi giochi con quello che aveva intorno. Il primo rischia di diventare un adulto incapace di stare da solo, di affrontare il silenzio senza provare ansia. Il secondo, invece, ha imparato a bastare a se stesso, a trovare soluzioni, a convivere con i momenti di solitudine senza temerli.
Sapersi bastare è una virtù, ma oggi sembra sempre più rara. Il bisogno di essere costantemente in contatto con gli altri ha reso difficile l’autosufficienza emotiva. Stare soli è spesso visto come un problema da risolvere, anziché come un’opportunità di crescita. Pensiamo a chi evita di andare al ristorante da solo per paura di sentirsi giudicato, o a chi rimane in una relazione infelice solo per paura della solitudine. Eppure, sapersi godere un momento di solitudine, come una passeggiata in un parco o una cena in solitaria, è segno di una sicurezza interiore che permette di affrontare meglio anche le relazioni con gli altri.
L’essere umano è per natura sociale, senza gli altri non possiamo definirci completamente? Ma fino a che punto il “noi” è necessario all’“io”? La sfida della modernità sembra essere quella di trovare un equilibrio tra il bisogno di relazioni e la capacità di stare bene con se stessi. Un esempio concreto è quello di chi decide di viaggiare da solo. Per alcuni è un’esperienza liberatoria, un modo per conoscersi meglio e superare i propri limiti. Per altri, invece, è una prova insostenibile, perché il pensiero di non avere nessuno con cui condividere il viaggio genera ansia e insicurezza.
La solitudine, quindi, è un paradosso: può essere tanto una condanna quanto una necessità. Può far paura, ma può anche essere un’occasione per riscoprirsi. Sta a noi imparare a gestirla, senza temerla e senza subirla, ma piuttosto trasformandola in uno spazio di crescita e riflessione.